Vicenza, una domenica mattina

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di Dott. Urb. Giacomo Calearo

Vicenza è una piccola e bellissima città del nord est che riflette molto bene la nostra identità italiana. Soprattutto la domenica mattina quando, dopo le prime luci dell’alba, le campane delle chiese fanno breccia nel silenzio festivo. Niente auto, pochi treni alla stazione, un tiepido sole che riscalda la mezza stagione e molte persone, famiglie e non, si ritrovano a celebrare la domenica, il giorno di Dio, alla Santa Messa.
E’ bellissimo camminare lungo Santa Caterina, tra le calde luci e le fresche ombre create dalle case, antiche per lo più. Fa brontolare lo stomaco il profumo di vaniglia, di caffè o di brioche che pervade l’intorno di ogni locale in piazza…

Si sente e si vive questa sensazione di ‘pausa settimanale’, questa ‘festa’ quasi fosse conseguenza della festosa attesa affrontata il sabato!
Abitano Vicenza anche dei locali ‘storici’, che ‘da sempre esistono’ (e ci rappresentano), che ogni domenica dimostrano di essere dei veri e propri luoghi e punti della socialità e della ‘ciacola’ in centro storico, pilastri della cultura enogastronomica vicentina. “Da Renzo”, per esempio, offre un perfetto e completo campionario di tartine gourmet da gustare principalmente in piedi, da accompagnare con la classica ‘tasseta’ (o con uno spritz) e una ‘ciacolada’ (quattro chiacchiere).
“Il Ceppo”, storica e rinomata gastronomia da asporto, offre qualche tavolino nel piccolo plateatico dove gustare l’eccellente e ineguagliabile baccalà alla vicentina autoprodotto che, più che un’ottimo stoccafisso, è il simbolo della nostra tradizione e lo specchio della nostra identità – ricorda da dove vieni e capisci chi sei.
Un tempo le famiglie povere, nei giorni di festa, mangiavano ‘poenta e scopeton’ (aringa grande essiccata), una prelibatezza ora, un sistema per mangiare bene e conservare il cibo un tempo.


Scopetòn – ricetta
Togliere i residui di sale dal pesce. Con un coltello squamare le aringhe e lavarle per bene. Spennellarli con lio extra vergine d’oliva e farle cuocere interi sulla griglia (meglio ancora se sulle braci); se necessario ungerle ulteriormente. Quando la pelle dei pesci inizierà a fare le bolle e a bruciacchiarsi, girateli e cuocete l’altro lato. Una volte cotte, aprirle a metà e togliere tutte le lische e la pelle ed eventualmente quel che resta degli organi interni (nel caso fossero presenti non limate le uova o le bianche sacche spermatiche). Mettere tutte le parti su un piatto fondo o una terrina fate riposare per un paio di ore coperte con dell’olio di ottima a qualità, a temperatura ambiente. Per la polenta: in una pentola versa l’acqua e portarla aggiungi un po’ di sale e versa appoggi la frana. Mescola con la frusta e porta a cottura (deve essere bella densa). Servire a piccole dosi, il sapore è molto intenso, con il suo sughetto con la polenta tagliata a fette e abbrustolita. Potete aggiungere anche un po’ di prezzemolo. Il pesce si conserva per parecchi giorni in frigorifero, ben coperto di olio, diventando sempre più delicato di sapore.

Questo ci rappresenta, ci identifica, col nostro spirito di sacrificio e istinto di sopravvivenza mischiati alla creatività e al gusto raffinato che solo noi italiani riusciamo a possedere (cultura e libertà?).
Così è bello passeggiare la domenica mattina a Venezia con profumi, sapori e tradizioni differenti che rendono unica e viva la città, o a Firenze o a Palmanova del Friuli…
Ma questo è solo un piccolo aspetto di come la nostra identità si trasmetta e viva, rendendoci a nostra volta vivi e creativi, simili, pervasi da abitudini comuni, aspirazioni comuni, uniti dalla religione cattolica e dai sani e sempre attuali valori della nostra tradizione!
Una identità che si deve riflettere in ‘ogni popolo nel territorio in cui esiste e ne diventa parte integrante’, così vado in Germania per respirare i profumi della Baviera e per gustarmi una birra ‘con una marcia in più’, che mi appare più buona perchè legata alle emozioni e ai profumi che il posto dove la bevo mi trasmette.
La società multietnica inclusiva che l’europa della baronessa Von der Leyen vorrebbe imporre è invece l’opposto: l’anti-società derivata dall’anti-tradizione, è la distopìa stessa auspicata anche dal faccendiere Klaus Schwab che rende le strutture del ‘mondo migliore’ obbiettivo stesso della ricerca e non strumento di miglioramento. I valori delle minoranze, forse per l’assurda paura di escludere, diventano i valori imposti a tutti, la religione cattolica viene tacciata di poca inclusività e le parole Natale, Natività, Gesù divengono magicamente tabù.
Le tradizioni si mischiano spesso con risultati patetici (mi riferisco ad esempio alla nostra celebrazione dei morti e dei Santi diventata la festa delle zucche, vuote!) e la mediocrità si prende la parte principale del copione. Quando invece ci si scontra con chi non vuole assolutamente rinunciare alle proprie origini si può sfociare persino nell’antisemitismo…
La società multietnica ha fallito in India creando povertà e acuendo il divario tra le caste e negli Stati Uniti d’America creando diseguaglianza sociale estrema: un vantaggio che estende il potere economico e sociale per chi è già facoltoso ma un disastro per i popoli che ‘subiscono’ gli effetti dei capricci della baronessa corrotta di turno.
Noi siamo l’Italia, siamo la nostra terra, siamo le nostre abitudini, la tradizione e la religione che ci lega nei valori dell’esistenza, siamo l’innovazione che sboccia dalle nostre radici solidamente conficcate nelle nostra cara terra. Siamo noi che decidiamo cosa fare e come farlo con l’aiuto di Dio per realizzare il Suo progetto…
Resistiamo e prendiamo sempre più consapevolezza delle nostre origini per capire chi siamo e il nostro valore intrinseco, da ogni cosa e in ogni situazione, attendendo in serenità il dì della festa, come in questa meravigliosa poesia di Giacomo Leopardi:

Il sabato del villaggio – Giacomo Leopardi

La donzelletta vien dalla campagna,
In sul calar del sole,
Col suo fascio dell’erba; e reca in mano
Un mazzolin di rose e di viole,
Onde, siccome suole,
Ornare ella si appresta
Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.
Siede con le vicine
Su la scala a filar la vecchierella,
Incontro là dove si perde il giorno;
E novellando vien del suo buon tempo,
Quando ai dì della festa ella si ornava,
Ed ancor sana e snella
Solea danzar la sera intra di quei
Ch’ebbe compagni dell’età più bella.
Già tutta l’aria imbruna,
Torna azzurro il sereno, e tornan l’ombre
Giù da’ colli e da’ tetti,
Al biancheggiar della recente luna.
Or la squilla dà segno
Della festa che viene;
Ed a quel suon diresti
Che il cor si riconforta.
I fanciulli gridando
Su la piazzuola in frotta,
E qua e là saltando,
Fanno un lieto romore:
E intanto riede alla sua parca mensa,
Fischiando, il zappatore,
E seco pensa al dì del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,
E tutto l’altro tace,
Odi il martel picchiare, odi la sega
Del legnaiuol, che veglia
Nella chiusa bottega alla lucerna,
E s’affretta, e s’adopra
Di fornir l’opra anzi il chiarir dell’alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,
Pien di speme e di gioia:
Diman tristezza e noia
Recheran l’ore, ed al travaglio usato
Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,
Cotesta età fiorita
E’ come un giorno d’allegrezza pieno,
Giorno chiaro, sereno,
Che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
Stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
Ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

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