Chi è questo astuto personaggio da sempre ‘inserito’ nel sistema, sin dalla prima repubblica? Noi Italiani lo ricordiamo soprattutto per il prelievo forzoso retroattivo effettuato di nascosto un fine settimana (a banche chiuse) nei nostri conti correnti…
Fonte: Wikipedia
Giuliano Amato (Torino, 13 maggio 1938) è un politico e giurista italiano.
È stato deputato dal 1983 al 1994 con il PSI, quindi – con L’Ulivo – senatore dal 2001 al 2006 e nuovamente deputato dal 2006 al 2008. Ha ricoperto le cariche di segretario del Consiglio dei ministri (nei governi Craxi I e Craxi II, 1983-1987), vicepresidente del Consiglio (1987-1988) e ministro del tesoro (1987-1989), Presidente del Consiglio (governo Amato I, 1992-1993), presidente dell’AGCM (1994-1997), ministro per le riforme istituzionali (1998-1999), nuovamente ministro del tesoro (1999-2000) e Presidente del Consiglio (governo Amato II, 2000-2001), infine ministro dell’interno (nel governo Prodi II, 2006-2008).
Giurista costituzionalista e docente di diritto costituzionale comparato all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” per oltre 20 anni, il 12 settembre 2013 è stato nominato giudice della Corte costituzionale e dal 29 gennaio 2022 al 18 settembre dello stesso anno ne è stato presidente, fino alla cessazione del mandato da giudice costituzionale.
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Polemiche sulla pensione d’oro
Giuliano Amato, secondo un articolo apparso su il Giornale nell’aprile 2011 firmato da Mario Giordano, quale anteprima del libro Sanguisughe, riceverebbe una pensione mensile di 31411 € lordi. Queste affermazioni portano a una causa giudiziaria di Amato contro Giordano, il Giornale e la Mondadori in quanto editrice del libro. La causa è intentata per danno all’immagine provocato con notizie false e denigratorie tese a presentarlo come autore di sacrifici previdenziali per gli altri e manipolatore di leggi e giudici per sé. Con Giordano ha patteggiato la revisione del capitolo del libro che lo riguarda, con modifiche concordate che ne eliminano tutti i riferimenti non rispondenti a verità e con l’impegno di Giordano a evitare ogni pubblica dichiarazione che possa suggerire che Amato abbia provocato o sia comunque intervenuto al fine di garantirsi una posizione di maggior vantaggio.
Nella trasmissione Otto e mezzo del 12 settembre commenta queste ricostruzioni, chiarendo di percepire, al netto delle imposte, circa 11000 € di pensione, in gran parte derivanti dalla sua attività nell’autorità Antitrust e al di sotto del tetto massimo stabilito dal governo Monti per le retribuzioni dei manager pubblici, da sommarsi a circa 5000 € di indennità parlamentare, rispetto alle quali, in occasione della festa del PD il 25 agosto 2012 a Reggio Emilia, dichiara: “il vitalizio di cinque legislature da parlamentare lo destino interamente ad attività benefiche” e in particolare alla Comunità di Sant’Egidio. Nominato giudice costituzionale nel 2013, Amato decide di sospendere la cosiddetta “pensione d’oro”.
Presunto coinvolgimento in un’inchiesta
Controverso è il suo coinvolgimento, in qualità di vicesegretario del PSI, nelle inchieste giudiziarie relative ad una tangente di 270 milioni di lire per la costruzione della pretura di Viareggio, avendo tentato di indurre la vedova di un ex senatore e sottosegretario del Partito socialista italiano, Paolo Barsacchi, a omettere importanti dettagli nel dibattimento giudiziale, vicenda che viene riproposta da il Fatto Quotidiano in occasione della sua nomina a membro della Corte costituzionale. In sua difesa Giuliano Amato risponde con una lettera a la Repubblica del successivo 17 settembre 2013, dove afferma che in realtà lo scopo di quella telefonata era di non fare nomi di persone su cui non aveva alcun indizio di colpevolezza, come aveva già ribadito nel novembre del 1990 davanti al tribunale di Pisa che, evidentemente convinto dalla deposizione, non ha ritenuto di dover procedere nei suoi confronti.
Rapporto con le tematiche LGBT
Nel 2000, quando era presidente del Consiglio, affermò rammaricato di non poter impedire il corteo del Gay Pride, e affermò che sarebbe stato opportuno svolgerlo in un secondo momento in vista delle celebrazioni del Giubileo del 2000.
Nel 2007, quando Amato era ministro, il Ministero dell’Interno emanò la circolare numero 55 del 18 ottobre, coerente con la legislazione vigente e con provvedimenti analoghi emanati prima e dopo, che ricordava a tutti i prefetti e sindaci italiani l’impossibilità di trascrivere i matrimoni gay celebrati all’estero in quanto contrari all’ordine pubblico interno.
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Ora propongo una delle vicende “scomode“ per il soggetto tornato in auge ora dopo le dichiarazioni sul caso Ustica.
I consigli di Amato alla vedova di un socialista: “Zitta coi giudici, niente nomi”
di Emiliano Liuzzi
Fonte: Il Fatto Quotidiano
In una telefonata del 1990 il neo giudice costituzionale chiede alla vedova di un dirigente socialista di non fare i nomi dei protagonisti di una tangente di 270 milioni di lire. Dice: “Tirati fuori da questa storia”
La data dell’intercettazione telefonica in cui compare la voce di Giuliano Amato nella veste di minimizzatore, all’epoca deputato e vicesegretario del Psi di Bettino Craxi, è importante: 21 settembre 1990. Non c’è ancora nessuna Tangentopoli, ma le mazzette ci sono eccome. È qui che Amato, all’epoca dottor Sottile, come lo ribattezzò Giampaolo Pansa, mette il naso e molto di più. Chiama la moglie di un senatore socialista, Paolo Barsacchi, già sottosegretario, morto quattro anni prima. Barsacchi, nonostante non possa più difendersi, è accusato dai vecchi compagni di partito di essere l’uomo a cui finì la tangente di 270 milioni di lire per la costruzione della nuova pretura di Viareggio. La vedova del senatore, Anna Maria Gemignani, non vuole che il nome del marito, solo perché è deceduto e non perseguibile, finisca nel fascicolo dei magistrati. E minaccia di fare nomi e cognomi.
È a questo punto che Amato la chiama e, secondo i giudici, lo fa con uno scopo: evitare “una frittata”, intendendo per tale – scrivono i giudici del tribunale di Pisa Alberto Bargagna, Carmelo Solarino e Alberto De Palma a dicembre di quello stesso anno – “un capitombolo complessivo del Partito socialista”. I giudici vanno anche oltre e, nelle motivazioni della sentenza che condannerà i responsabili di quella tangente, si chiedono come mai “nessuno di questi eminenti uomini politici come Giuliano Vassalli (all’epoca ministro della giustizia) e Amato stesso, si siano sentiti in dovere di verificare tra i documenti della segreteria del partito per quali strade da Viareggio arrivarono a Roma finanziamenti ricollegabili alla tangente della pretura di Viareggio”. Lo scrivono, nero su bianco, il momento in cui condannano per la tangente i boss della Versilia del Psi e scagionano loro stessi la figura del senatore Barsacchi.
La telefonata, dicevamo. E quel 21 settembre 1990. È quel giorno che Amato chiama la vedova di Barsacchi e si trattiene al telefono con lei per 11 minuti e 49 secondi. Amato cerca la sua interlocutrice, poi è lei che lo richiama, registra e consegna il nastro, di cui il Fatto Quotidiano è in possesso, ai magistrati. Che acquisiscono la telefonata come prova, un’intercettazione indiretta, ma inserita nel fascicolo processuale. “Anna Maria, scusami, ma stavo curandomi la discopatia, ma vedo che questa situazione qui si è arroventata”. Dall’altra parte la vedova tace. Poi dice solo: “Ti ascolto”. Amato, con voce imbarazzata come lo sarà per il resto della telefonata, va dritto al problema: “La mia impressione è che qui rischiamo di andare incontro a una frittata generale per avventatezze, per linee difensive che lasciano aperti un sacco di problemi dal tuo punto di vista”. La frittata alla quale Amato fa riferimento è appunto un coinvolgimento – come dirà esplicitamente – di altre persone nel processo. “Troverei giusto che tu direttamente o indirettamente entrassi in quel maledetto processo e dicessi che quello che dicono di tuo marito non è vero. Punto. Non è vero. Ma senza andare a fare un’operazione che va a fare quello non è lui, ma è Caio, quello non è lui ma è Sempronio. Hai capito che intendo dire? Tu dici che tuo marito in questa storia non c’entra. Questo è legittimo. Ma a… a… a… a Viareggio hanno creato questo clima vergognoso, è una reciproca caccia alle streghe, io troverei molto bello che tu da questa storia ti tirassi fuori”.
Insomma Amato, oggi giudice della Corte costituzionale, all’epoca notabile del partito più corrotto d’Italia, il Psi, non dice vai e racconta la verità. Ma vai e non fare nomi. Tirati fuori. Non dire quello che sai, poi accerteranno i giudici. Difendi l’onore di tuo marito con un “lui non c’entra”. Diciamo che sarebbe stato poco, e il tribunale non si sarebbe accontentato, ovvio. Ma questo l’attuale giudice Amato le dice di fare: non raccontare tutto quello che conosce, come vorrebbe la legge sotto giuramento, ma esprimere una verità parziale.
Ancora più interessante il passaggio in cui – e ci arriviamo tra poco – Amato ammette di sapere più o meno chi sono i responsabili di un’azione illegale, ma invita a chiamarsi fuori. E quando verrà lui stesso trascinato a testimoniare non aggiungerà niente. Alla fine, come titolò all’epoca dei fatti la Nazione: Pretura d’oro, colpa dei morti. Insomma. Colpa di Barsacchi, che la moglie cerca in ogni modo di difendere e alla fine, nonostante i consigli di Amato, ci riuscirà.
La moglie di Barsacchi al telefono dice una cosa sola all’onorevole Amato, e lo fa tirando un grosso respiro per non sfogarsi ulteriormente: “Giuliano, io voglio soltanto che chi sa la verità la dica”. E Amato replica: “Ma vattelapesca chi la sa e qual è. Tu hai capito chi ha fatto qualcosa?”. “Io”, risponde lei all’illustre interlocutore, “penso che tu l’abbia capito anche te”. E Amato: “Ma per qualcuno forse dei locali sì, ma io non lo so, non lo so. Ma vedi, noi ci muoviamo su cose diverse. Questo non è un processo contro Paolo, ma contro altri”.
Il 13 dicembre del 1990 i responsabili della tangente verranno condannati. Tra loro Walter De Ninno, due anni e mezzo per ricettazione nei confronti di un imprenditore di Pisa. È l’inizio di Tangentopoli. E della fine del Partito socialista.
da Il Fatto Quotidiano del 15 settembre 2013
Amato scrive a Repubblica per non rispondere al Fatto sul caso Barsacchi
di RQuotidiano
Fonte: Il Fatto Quotidiano
La notizia l’ha data Il Fatto Quotidiano, ma Giuliano Amato preferisce replicare a Repubblica, che aveva ripreso la vicenda in un colonnino sperduto a pagina nove e solo perché il M5S ha chiesto le dimissioni del dottor Sottile da giudice della Consulta. Non solo. L’ex premier, nella sua risposta pubblicata dal quotidiano di Largo Fochetti nella pagina delle lettere (con lo stesso ingombro delle normali segnalazioni dei lettori), si difende, ma non dice tutta la verità , omettendo ciò che i giudici hanno messo nero su bianco. La vicenda è quella della telefonata di Amato alla vedova del dirigente socialista Paolo Barsacchi. E’ il 21 settembre 1990, l’ex sottosegretario era morto quatto anni prima ma è comunque accusato dai vecchi compagni di partito di essere l’uomo a cui finì la tangente di 270 milioni di lire per la costruzione della nuova pretura di Viareggio. La vedova del senatore, Anna Maria Gemignani, non vuole che il nome del marito, solo perché è deceduto e non perseguibile, finisca nel fascicolo dei magistrati. E minaccia di fare nomi e cognomi. Interviene Amato, con una telefonata inequivocabile: 11 minuti e 44 secondi in cui il neo giudice della Corte Costituzionale prova a convincere la signora a limitarsi nella difesa del coniuge e a non citare altri dirigenti socialisti coinvolti nella vicenda.
C’è l’audio della telefonata, c’è quanto hanno scritto i giudici nelle carte del processo che portò alla condanna dei responsabili della tangente, tra cui Walter De Ninno, due anni e mezzo per ricettazione nei confronti di un imprenditore di Pisa. Eppure per Giuliano Amato la verità non è quella processuale. Lo scrive nella sua lettera a Repubblica. Dopo aver ricordato che su questa vicenda testimoniò a Pisa nel novembre 1990, l’ex premier prova a raccontare la ‘sua’ versione dei fatti: “Non avevo affatto invitato la signora a non fare i nomi di coloro che le risultavano colpevoli – scrive il dottor Sottile – L’avevo invitata a non fare i nomi di persone su cui non aveva alcun indizio di colpevolezza, pur di salvaguardare la memoria di suo marito. In questo senso le dissi – continua Amato – di difendere lui, senza fare polveroni su altrui”. Poi il giudice Amato racconta come andò a finire: “Il tribunale ne prese atto e finì lì, mentre lì non sarebbe finita se si fosse ritenuto che avessi fatto o spinto a fare qualcosa di illecito”.
La sua versione, tuttavia, cozza con quanto scritto dai giudici, secondo i quali – come riportato dal Fatto Quotidiano due giorni fa – Giuliano Amato chiamò la vedova Barsacchi per evitare “una frittata”, intendendo per tale – scrivono i giudici del tribunale di Pisa Alberto Bargagna, Carmelo Solarino e Alberto De Palma a dicembre di quello stesso anno – “un capitombolo complessivo del Partito socialista“. I giudici vanno anche oltre e, nelle motivazioni della sentenza che condannerà i responsabili di quella tangente, si chiedono come mai “nessuno di questi eminenti uomini politici come Giuliano Vassalli (all’epoca ministro della Giustizia) e Amato stesso, si siano sentiti in dovere di verificare tra i documenti della segreteria del partito per quali strade da Viareggio arrivarono a Roma finanziamenti ricollegabili alla tangente della pretura di Viareggio”. Lo scrivono, nero su bianco, nel momento in cui condannano per la tangente i boss della Versilia del Psi e scagionano loro stessi la figura del senatore Barsacchi. Ma Giuliano Amato, questo, non vuole ricordarlo. Almeno nella lettera che scrive a Repubblica per rispondere al Fatto.